7.8 Sono piuttosto teso. Il mio primo giorno di scuola in una scuola di cui sapevo a stento il nome. Mia mamma aveva insistito tanto affinchè mi iscrivessi al tradizionale, e non potevo deluderla anche io. Ma la scuola mi sembra troppo grande e io mi sento troppo piccolo. Indosso dei jeans chiari della Met, una maglia nera della Primo Emporio e le scarpe nere da skate board. Volevo dare una bella impressione alla novelle compagne di classe. Arrivo, in ritardo. Colpa di mia madre, che voleva accompagnarmi a tutti i costi. Entro in una stanza. Non è la mia classe. E' solo una stanza dove hanno deciso di riunire tutti gli aspiranti ginnasiali. Scorgo qualche compagno delle medie, con cui fortunatamente non dovrò più dividere l'aula. Davanti ai miei occhi, una carellata di professori, che tra pochi mesi odierò fino al midollo osseo. Finalmente è finita la falsa delle presentazioni alla "volemose bene". Bisogna prendere distanze dal nemico. Ci accompagna in classe la prof. di italiano. Viene dal Liceo Classico di Cesena, è un anno nuovo anche per lei. Sembra simpatica, come tutti i professori d'altronde durante i primi giorni. Si scelgono i posti. Io non so dove mettermi. Conosco solo un vecchio compagno delle medie, ma lui ha già legato con due che già conosceva. E di certo non chiedo la carità. Mi siedo vicino ad Ugo. E' un tipo estroverso. Peccato che io sia timido. Inizia l'appello. Oddio, cosa dico di me? La domanda più stupida del mondo: cosa ti piace fare. Di certo, non studiare. Ma non potevo rispondere così. Glisso la domanda, parlando della mia famiglia, manco fossimo all'asilo. Sono anche sfortunato, sono uno dei primi. L'attenzione degli altri è ancora viva, tanto si sa benissimo che già dopo la G nessuno ascolterà più nulla. O almeno io. A parte qualche eccentrico che riesce a strapparmi un sorriso.
Suona l'intervallo. Tutti escono. Non voglio mettere piede fuori dall'aula. Non vorrei perdermi. D'altro canto non voglio nemmeno parlare con l'insegnante di turno. Facile l'etichetta di lecchino. Allora dondolo sulla porta, in attesa di scambiare parola con un nuovo collega. Ma niente da fare. E' comprensibile, è solo il primo giorno di scuola. Non posso aspettarmi i festoni. Penso a qualcosa da inventare per cercare di rispondere a quelle poche domande che mi porrà mia madre una volta tornato. Suona la campana dopo ore interminabili di presentazione. Ho sentito vita, morte e miracoli dei miei compagni di classe, ma non ricordo nemmeno i loro nomi. Scendo le scale imbarazzato.
Ricordo solo questo del mio primo giorno di scuola del primo anno delle superiori.
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