4.9 Cicerone: "Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?".
Francesco: "Non mi dire che tu sei...".
Cicerone: "Marco Tullio Cicerone, piacere".
Francesco: "Ma piacere un corno! Io ti detesto".
Cicerone: "E perchè mai?".
Francesco: "Allora, innanzittutto avresti potuto scrivere in maniera molto più lineare come il tuo amico Cesare, e poi sei sempre lì con quel Catilina".
Cicerone: "L'avevo in pugno, sarebbero dovuti morire tutti i Catilinari!".
Francesco: "Ma non ti è bastato l'esilio da parte del tribuno della plebe Clodio? Tra l'altro, hai fatto anche una pessima figura a Roma, sei stato sulla bocca di tutti come un grande frignone. E poi ti devo ricordare che a causa della tua lingua biforcuta sei morto, le Filippiche ti dicono qualcosa? La tua testa e le tue mani furono portate in senato, e appese ai rostri".
Cicerone: "Io ho salvato Roma, Catilina era un uomo corrotto, e io dovevo difendere gli antichi mores, il prestigio dello Stato e l'autorità del senato. In quanto alla mia morte, ero una presenza scomoda a Roma, soprattutto a Marco Antonio. E quando anche Ottaviano mi ha girato le spalle, per me era arrivata la fine. Così il mio nome cadde nella lista di proscrizione e fui condannato. Ma almeno posso dire di non aver avuto peli sulla lingua".
Francesco: "Sei sicuro? Vogliamo parlare del tuo comportamente con Cesare; una volta morto Pompeo, ti sei schierato dalla sua parte, per convenienza".
Cicerone: "Questo non puoi dirlo. Non ho mai accolto di buon favore le leggi proposte, nè ho mai dato il mio consenso riguardo alla legge agraria proposta da Cesare e Crasso. I populares hanno cercato di sovvertire le colonne portanti di Roma. Ho sempre difeso l'aristocrazia. A costo di abbandonare Roma e di vedere distrutta la mia villa a Formia".
Francesco: "Sì, ma quando Pompeo perse a Farsalo, tu implorasti il perdono di Cesare".
Cicerone: "Verissimo, ma lo feci per quieto vivere. E proprio in quel periodo che mi diedi alle opere filosofiche".
Francesco: "Sì, ma una volta morto, hai cercato di ripartecipare alla vita politica di Roma. La filosofia aveva perso il suo lustro?".
Cicerone: "Dovevo fermare le mire imperialistiche di Antonio".
Francesco: "O magari tornare alla ribalta sfruttando Ottaviano?".
Cicerone: "Era troppo giovane, e aveva bisogno di un consigliere".
Francesco: "E chi meglio di te? Hai giocato male le tue carte".
Cicerone: "Mi sono fidato di Ottaviano, che invece mi ha lasciato in balia dei sicari di Antonio".
Francesco: "Comunque sia andata, rimani uno stronzo! Ti insegno una parola nuova: sintesi. Per colpa tua, mi ritrovo sotto mano versioni intraducibili e complesse. Detto ciò, ora posso anche andare verso la prossima porta. Sai chi c'è?".
Cicerone: "Devi scegliere se incontrare Dante Alighieri o Carlo Magno".
Mi allontano e mi avvicino verso una nuova porta. Sento una parolaccia da dietro. Cicerone mi ha mandato a fanculo.
mercoledì 6 agosto 2008
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